Line(e)

Ogni tanto capita di non aver più tempo per nulla.

Per riordinare camera, per pulire il lavello, per sistemare i vecchi quaderni di scuola, farsi una maschera idratante o dedicare mezz’ora alla palestra.
Ogni tanto capita di non avere nemmeno il tempo per scrivere.

Cosa si fa in questi casi? Si aspetta? Si pensa a come attuare un cambiamento?

Il mio, piccolo, cambiamento, inizia da una linea. O meglio, da una “line“.

Una linea, un tratto, geometricamente parlando, che vedo come un’onda infinita di alti e bassi. Un po’ come la vita, la linea che segna la nostra mano, un continuo saliscendi di cose belle e cose meno belle.

Un battito di cuore, riprodotto da un macchinario.

Un disegno su un foglio, decorato, inspessito in alcuni punti, simile ad un ramoscello scosso dal vento. Ma che fiorisce ancora.

E infine, una “line“, una battuta, una piccola porzione di testo, un insieme di parole che vuole significare qualcosa. Un po’ come quelle che escono dalla mia tastiera, quando arrivo qui, cercando di mettere nero su bianco i miei pensieri.

Una line. Nient’altro.

Annunci

Mollare.

Rest, if you must, but don’t you quit.

Qualche volta sono le passioni più grandi a distruggerci. Ci logorano nel profondo, sfinendoci e togliendoci tutte le energie. E non sappiamo più affrontarle, tollerarle, renderle parte del nostro quotidiano.

Bisogna staccarcele di dosso per un po’, riposarci, lasciare che corpo e mente si ricarichino.
Bisogna mettere in dubbio ogni singolo istante speso per coronare un sogno, chiederci se e quando riprenderemo, se mai l’amore per ciò che abbiamo fatto tornerà forte come prima.

E poi, ogni tanto, bisogna notare le piccole cose che facciamo ogni giorno, inconsapevolmente, e che ci legano a quelle passioni. Un progetto di miglioramento, un esercizio in più, una modifica ai nostri passi fatta solo per acquisire una nuova abilità.

Le passioni sono anche questo. Odio, disprezzo, stanchezza. Sono come un vaso che si riempie ogni giorno, fino a traboccare e a richiedere a gran voce di essere svuotato. Un po’ di riposo. Una manciata di altri pensieri e sogni, prima di tornare in noi stessi.

Senza mollare mai.

Forte.

On Air: Praying – Kesha

I’m proud of who I am
No more monsters, I can breathe again
And you said that I was done
Well, you were wrong and now the best is yet to come
‘Cause I can make it on my own, oh
And I don’t need you, I found a strength I’ve never known
I’ll bring thunder, I’ll bring rain, oh
When I’m finished, they won’t even know your name

Ci sono quelle canzoni che, ogni volta che le ascolti, ti portano una sensazione intensa, viscerale. Stranamente, non sono accompagnate da ricordi, da sogni, da aspettative: semplicemente, ti trasmettono qualcosa.

Non mi succede spesso. Solitamente, infatti, associo ad ogni musica un qualche ricordo (spesso brutto o triste, chissà perché si ascolta musica soprattutto da depressi). In questo caso, invece, le note e le parole della canzone di Kesha non fanno altro che farmi sentire forte.

Forte come il tronco di una quercia, forte come un salice che si piega senza mai spezzarsi, come un fiore che resiste alle intemperie. E forse prego un po’ anch’io, lottando per la mia salvezza, anche quando sto davvero bene e la vita mi va a meraviglia.

A volte, abbiamo tutti bisogno di 3.50 minuti per ricordarci di quanta forza interiore abbiamo guadagnato con il passare degli anni.
Le esperienze del passato ci hanno formato, ingannandoci e sbattendoci a terra. Ci hanno insegnato a rialzarci e ricostruirci da soli, mattone per mattone. E, ogni tanto, è bello fare un atto di dolcezza anche verso chi è stato causa del nostro dolore e sperare che stia attraversando la sua redenzione.

Ed essere fieri di noi, per avercela fatta.