Io.

Io e la mia felicità veniamo prima di tutto e tutti.

Da ripetere come un mantra.

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Parlare.

Cosa succederebbe se, per un giorno, tutti potessero parlarsi liberamente?

Quanti conflitti irrisolti si potrebbero azzerare. Quante relazioni buttate via si riallaccerebbero. Quanti litigi lasciati a metà potrebbero concludersi, nel bene o nel male. Quanti sogni lasciati nel cassetto potrebbero trovare la via di realizzarsi.

Senza filtri, senza paure, solo con la voglia di dirsi quello che non ci si dice mai.

Punti di vista.

A volte la cosa più utile da fare, per poter comprendere le scelte di qualcun alto, è rivivere una situazione dal suo punto di vista. Ho provato a farlo, qualche anno fa, immaginandomi al posto di una persona che, nel bene e nel male, ha fatto parte di un periodo della mia vita. Forse mi ha aiutata a comprendere, o forse mi ha irritata e confusa ancor di più, ma è stato comunque terapeutico, allora. Fatto sta che ho ritrovato proprio oggi alcune righe e, rileggendole, ho capito che forse tutte le incomprensioni del mondo possono diventare materiale stupendo, se si riesce a metterle nero su bianco in qualche modo.

E mi è piaciuto.

Mi fissava, con l’aria di sfida e l’impazienza di chi vuole una risposta sensata anche quando la logica non ha spazio di esistere. Faticavo a sostenere il suo sguardo: quei due occhi che mi avevano fatto innamorare di lei, così glaciali e penetranti, ora avevano la sembianza di un caldo mare tropicale. Non erano mai stati tanto belli. Due pozze di acqua limpida, inondate dagli ultimi raggi di sole di quel settembre che non potremo mai dimenticare.
Per una perfida ironia del destino, i suoi occhi diventavano ancora più attraenti, quando piangeva.
Mi sentivo impotente, a non poter fermare quelle lacrime, a dover trattenere le mie.

Il mascara le colava sulla guance, che presi tra le mie mani, nel vano tentativo di consolarla. Come in un gioco tra bambini, cercavo di eliminare il dolore con un bacio: sulla fronte, sugli zigomi morbidi, sul naso, sulla punta delle dita. Realizzai solo dopo di non riuscire a staccarmi da lei, persistendo in quel contatto, spaventato dall’idea che potesse smaterializzarsi davanti ai miei occhi, come fosse stata un sogno. Ero io a non volerla più, ma l’idea di perderla distruggeva. Ad ogni tocco, la sentivo ritrarsi, prima di tornare a stringermi più forte. Ogni fibra del suo corpo mi respingeva, per poi aggrapparsi a me nella speranza di trattenermi. Un solo istante era bastato perché smettesse di sentirsi mia, perché non si lasciasse più toccare come aveva sempre fatto. Al contempo, però, cercava in ogni carezza un modo per non perdermi, incapace di arrendersi alle mie parole spezzate.

Come si fa a lasciare qualcuno? A trovare una risposta valida a tutti i perché che ci assalivano in quel momento? Sapevo che nella sua mente vorticavano mille domande identiche alle mie.

«Cos’ho sbagliato?», era riuscita a chiedermi, un attimo prima di crollare. Cos’aveva sbagliato? Non lo sapevo nemmeno io. Amavo ogni dettaglio della nostra storia, ogni ricordo dei momenti passati insieme. Avevo amato lei, più di quanto avrei creduto di essere capace, tuttavia non abbastanza. Ci eravamo chiusi nelle nostre mura senza lasciar entrare l’altro. Un motivo non esisteva, era successo e basta. E io non sapevo come uscirne, pur consapevole che lei non avrebbe mai mollato. Da sola, credo, sarebbe riuscita a far crollare ogni masso, ma io non avevo la forza e la pazienza di aspettare che tutto quello che c’era stato ritornasse, né il masochismo di lasciarmi logorare dai miei sentimenti così confusi. Lei non ha mai saputo arrendersi. Io sì. E forse è proprio per questo che so andare avanti.