Menti chiuse.

La proprietaria di un negozio di oggettistica piuttosto rinomato e costoso chiacchiera del più e del meno, finché finisce di preparare alcuni pacchetti. Dopo aver elogiato il figlio di quattro anni, evidentemente troppo precoce e maleducato, il discorso si sposta sui pro e i contro dell’avere un’attività commerciale. Ci sono clienti, esordisce la signora, che non hanno 5 euro per il cibo, ma per gli oggetti della *ometto la marca* trovano i milioni. E fin qui tutto ok, anche se a mio avviso non è molto professionale né intelligente mettersi a fare i conti nelle tasche degli altri, specie se fanno acquisti nel tuo negozio e ti permettono di non essere tu stessa quella sotto a un ponte. Il guaio arriva quando la signora, applicando un meraviglioso fiocchetto profumato a uno dei pacchetti, inizia a mettere di mezzo gli extracomunitari. Per fortuna non ho clienti albanesi o rumeni, dice la suddetta tipa. Risparmiando il racconto dei marocchini che hanno comprato 50 bracciali a suo avviso per rivenderli, si passa a denigrare gli ospiti del convento di città. Che, come pensa la gente ignorante, ovviamente rubano dalle nostre tasche e non fanno nulla tutto il giorno e si lamentano pure se il cibo che gli viene servito farebbe schifo anche a un morto di fame. Solite chiacchiere da quattro soldi che si sentono troppo spesso dalla gente che non sa stare al mondo. A me già questo livello di razzismo e ignoranza fa salire l’Isis, ma proseguiamo verso il punto focale del discorso. La signora, a questo punto, tronfia dell’ultimo chiudipacco applicato con destrezza, inizia a decantare le doti del cognato carabiniere (probabilmente Salvini travestito), dicendo che costui avrebbe minacciato un extracomunitario di ucciderlo scaraventandolo giù dal quarto piano di un edificio, se non avesse pulito per terra. Per fortuna non sono una persona abituata a generalizzare, o non mi rivolgerei mai più in vita mia a qualcuno proveniente alle Forze dell’Ordine. Ora, ovviamente abbiamo a che fare con un’esemplare di donna razzista, ignorante, irrispettosa e disumana del ventunesimo secolo: non ci sono dubbi.
Grazie signora, il suo negozio ha oggetti meravigliosi, ma credo che non acquisterò più quei bellissimi grembiuli che ci sta incartando. Forse lei non vuole comprare dai marocchini, ma io di certo non voglio comprare dai razzisti. Arrivederci, buona giornata.

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Rumore.

Non so se esista una parola per definire il rumore della penna che accarezza un foglio di carta. Ma una parola sola, forse, non sarebbe sufficiente. Perché una penna fa innumerevoli suoni. Quello sottile e aspro di una bic appena iniziata, quello più gentile di una ormai consumata, quello incisivo di una stilografica, quello soffice e pastoso delle penne più costose… E ancora quello intermittente dovuto alla scrittura troppo veloce, quello rilassante di chi decora il quaderno, quello arrabbiato dovuto a uno scarabocchio.

Come si può definire questa quantità di suoni in una parola soltanto?

Scorci del passato.

Fare l’amore con lui è dolore, sudore, sangue. É respirare in modo troppo affannoso e inconsueto, è chiedersi se a tutto quel dolore si può sopravvivere. E si può. Anzi, forse è proprio da lì che si inizia a vivere, dal dolore. Fare l’amore con lui è ricevere carezze che ti sfiorano l’anima, baci leggeri e baci più intensi. É percepire i capelli stretti nelle mani di lui, mentre avvicina il suo volto al tuo, per baciarti. É sentire il suo corpo premere contro il tuo, desiderarti, volersi quasi fondere con te. É sentirsi amata e accettata e al sicuro, per la prima volta. Fare l’amore con lui è un misto di infinita bellezza e infinito dolore. E fa male, fa male, ma non t’importa. É annullarsi per qualche minuto, fingendo di non sentire più niente, donandosi completamente all’altro. Ed è sentire tutto in una volta, una felicità inspiegabile che nasce da un uragano devastante. Ti senti al posto giusto, al momento giusto, con la persona giusta. E tu, tu ti senti giusta. E ti ritrovi a sorridere, dal nulla. Come se il senso di tutto si materializzasse davanti agli occhi.

Io, te. Noi.

Il mondo esterno non esiste più. É come rinascere una seconda volta, insieme, uniti, come se niente potesse più separare le nostre essenze. Fare l’amore con lui è percepire l’amore in modo così concreto che ti toglie il fiato. É un per sempre fatto di istanti, di carne che si confonde con l’anima e di cuori che battono all’unisono.

Quella volta, la prima di tante, ho sorriso. Lui ha sorriso, mi ha baciata e ci siamo incantati per qualche istante a fissarci, immobili nella nostra felicità. Di tutto il tempo che abbiamo trascorso ad amarci, quei secondi in cui i nostri sguardi si sono incastrati l’uno nell’altro sono sempre stati quelli che ho preferito. Avrei voluto dirgli che lo amo. Che sarei rimasta lì tra le sue braccia per sempre. Ma una vita intera non potrebbe mai bastare per dire tutti i «ti amo» che vorrei; li ho affidati ai nostri sguardi. Per sempre.

Vergognarsi.

Nessuno al mondo dovrebbe rinunciare ad andare al mare, a praticare una qualche attività o a indossare un determinato vestito solo per paura di essere giudicato. Nessuno dovrebbe vergognarsi dei propri gusti o delle proprie imperfezioni, che esse siano qualche chilo in più, la cellulite, le ossa troppo sporgenti o un brufolo di troppo. La vergogna dovrebbe derivare da ben altro e soprattutto non dovrebbe mai riguardare l’aspetto esteriore. E’ difficile, me ne rendo conto, accettarsi per quello che si è, imparare ad apprezzare anche quelli che la società ci ha portato a vedere come “difetti”. Ma trovo che rinunciare a vivere la propria vita a causa della vergogna per il proprio corpo sia l’affronto peggiore che possiamo fare verso noi stessi. Viviamo in un mondo in cui la gente è sempre pronta a puntare il dito, che tu sia grasso o magro, alto o basso, famoso o meno. La gente, nella sua profonda ignoranza, giudica dalle apparenze, dalla provenienza, dall’orientamento sessuale, dal modo di vestire, dal credo religioso. Giudicare, forse, è il suo compito. Il nostro, però, è non lasciarci influenzare dagli sguardi, dai commenti o dalle critiche senza scopo. Al tempo stesso, dovremmo smettere di paragonarci agli altri. Non dobbiamo puntare ad essere migliori di nessuno, se non di noi stessi. Il body shaming, ormai, è un triste dato di fatto della nostra società, insieme a tante altre insensate “fobie”. Mi ritengo fortunata: non ho mai rinunciato a mettere un costume da bagno per paura delle critiche, anche se negli anni passati spesso io stessa mi sono ritrovata ad essere giudicata per qualche neo relativo al mio corpo e non solo. Ho imparato, per fortuna in tempo, a fregarmene dei pareri altrui e ad andare avanti per la mia strada, preoccupandomi della mia salute -mentale e fisica- più che di uniformarmi a uno standard poco veritiero. Gli sguardi restano, i commenti pure, che siano positivi o negativi. Ma finché sarò felice di me stessa, del mio modo di essere, dei miei valori, della mia educazione e sì, anche del mio aspetto e del mio stile, allora niente e nessuno potrà avere il diritto di farmi vergognare. E così dovrebbe essere per chiunque, qualunque sia la parte di sé che gli crea disagio.
In conclusione, per chi fa del giudizio un hobby: ricordatevi che tra un centinaio di anni sarete cibo per i vermi anche voi.