Come un topolino sotto la doccia – #tongueouttuesday

Molto spesso malinterpretiamo i comportamenti animali, pensando che siano carini, perfetti per una foto da instagrammare, talmente umani da farci sorridere.

E’ successo di recente con un topolino, che sembrava farsi la doccia per le strade della sua città, felice e contento mentre si strofinava addosso il sapone con le sue zampette. Proprio come farebbe un essere umano. Ma era un topo. Non un essere umano.

Il video del topolino ha fatto velocemente il giro del mondo, sotto forma di meme, causando un sorriso a tutti coloro che l’hanno visto.
“Oh ma che carino!” “Guarda, si fa la doccia!”

Eppure no, non si stava facendo la doccia. Stava soffrendo, perché qualche essere umano, per errore o per scherzo (e voglio sperare nella prima ipotesi), gli ha gettato addosso del sapone, cosa estremamente nociva e tossica per un animaletto di quella taglia. Il topolino non si stava certo lavando con gioia, ma stava invece cercando di togliersi di dosso tutto quel sapone, che gli causava un enorme disagio.
Non più così carino, vero?

Di recente, in un famoso account instagram a tema felini, è comparso un hashtag. #tongueouttuesday
Cosa stava a indicare?
Foto e video in cui i nostri gatti domestici si presentavano con la linguaccia. Un’azione apparentemente innocua, divertente e tanto carina. Come se i gatti si mettessero in posa per una foto, giusto?
Certo, se non fosse che non è assolutamente normale, per un gatto, starsene con la lingua di fuori a penzoloni.

La mia gatta è morta esattamente una settimana dopo aver iniziato a “fare la linguaccia”. Di certo non mi stava sbeffeggiando per ottenere uno scatto per Instagram. Mi stava comunicando, a modo suo, la sua sofferenza. Cos’aveva? Un tumore alla bocca, pressoché incurabile.

Certo, non è una linguetta dimenticata fuori ogni tanto a dover preoccupare i “padroni” dei felini del mondo…ma bisogna stare attenti ai sintomi che ci appaiono così strani. Per un cane è naturale tirare fuori la lingua, per un gatto no (o non sarebbe un gesto tanto buffo).
Dolore ai denti, problemi neurologici, affaticamento, colpi di calore, avvelenamento, mal di gola, infezioni all’intestino, tumori…sono questi alcuni tra i motivi per cui un gatto è spinto a fare una linguaccia. Non certo per apparire carino in una foto.

Quando veniamo a contatto con video o foto di animali sul web, chiediamoci sempre: ma è normale per quell’animale agire così?
Documentiamoci, informiamoci, capiamo cosa sta accadendo, prima di condividere video e foto e fare di quell’animale un esempio sbagliato di meme. Forse, con una presa di coscienza e denunciando l’accaduto sui nostri account social, potremo salvare la vita a qualche animale.

Grazie♥

 

“Dammi mille baci”: dal latino ai giorni nostri, il bacio in tre parole.

Nel periodo che precede San Valentino, il bacio come sigillo d’amore prende violentemente piede sulle altre dimostrazioni di affetto che esistono. Ma i baci che diamo ai nostri figli, genitori o fratelli? Come possono essere definiti?

L’italiano presenta indubbiamente diverse sfumature per uno stesso termine: dal bacetto per far passare la bua ai bambini, al bacio appassionato tra due amanti, passando per il bacino da richiedere a un figlio o a un amico, fino al bacione di saluto.

Eppure, i nostri avi latini ci avevano visto lungo: avevano infatti ben tre termini diversi per definire il concetto di “bacio”, basandosi sul grado di affetto che questo bellissimo gesto andava a rappresentare.
Ne parla Isidoro di Siviglia, nel lontano VII secolo d.C, affermando che “si dice di dare un osculum ai figli, un basium alla moglie e un savium alla prosituta.”. Isidoro aggiungeva poi che l’osculum indica l’amore, il basium l’affetto e il savium il piacere.

L’osculum, quindi, era un tipo di bacio usato nel contesto famigliare, da riservare ai figli, ai genitori o agli amici. Un bacio innocente, dato a labbra chiuse e simbolo di un amore sereno e sincero. Era l’unico gesto consentito in pubblico e un obbligo per le donne, che ogni mattina dovevano riservarne uno ai parenti presenti nella domus. Termine più attestato in letteratura rispetto agli altri due, dell’osculum si parla anche nel cristianesimo, come simbolo di pace e fratellanza.

Il basium e il savium, invece, facevano parte di un lessico più vicino all’amore passionale.

Savium, un termine che ci riporta al concetto di “soave”, un bacio appassionato riservato a prostitute, simbolo non di amore, ma di passione ed erotismo.

Infine il basium, termine volgare, più recente, da cui deriva l’italiano “bacio”. Inizialmente simbolo di affetto per la moglie, va pian piano a sostituire il savium, divenendo anch’esso sinonimo di passione. Con il passare dei secoli, basium è rimasto l’unico termine in grado di descrivere questo gesto d’amore e di cortesia, usato ieri tanto quanto oggi! E concludo citando una poesia di Catullo dedicata all’amata Lesbia, a proposito dei tanto famosi “basia”:

Vivamus, mea Lesbia, atque amemus,
rumoresque senum severiorum
omnes unius aestimemus assis.
Soles occidere et redire possunt:
nobis cum semel occidit brevis lux,
nox est perpetua una dormienda.
Da mi basia mille, deinde centum,
dein mille altera, dein secunda centum,
deinde usque altera mille, deinde centum,
Dein, cum milia multa fecerimus,
conturbabimus illa, ne sciamus,
aut ne quis malus invidere possit,
cum tantum sciat esse basiorum.
(Catullo, carme V)

Viviamo, mia Lesbia, ed amiamo,
e ogni mormorio perfido dei vecchi
valga per noi la più vile moneta.
Il giorno può morire e poi risorgere,
ma quando muore il nostro breve giorno,
una notte infinita dormiremo.
Tu dammi mille baci, e quindi cento,
poi dammene altri mille, e quindi cento,
quindi mille continui, e quindi cento.
E quando poi saranno mille e mille,
nasconderemo il loro vero numero,
che non getti il malocchio l’invidioso
per un numero di baci così alto.
(nella traduzione di Salvatore Quasimodo)

“La mia vita non proprio perfetta”.

Basta dire “Sophie Kinsella” per sapere che ci attenderà una ventata di leggerezza e divertimento. Ogni romanzo dell’autrice londinese è allegro, spensierato e in grado di trattare anche i temi più seri con un’ironia ineguagliabile.

La storia.

In questo caso ci troviamo a conoscere Katie, che si fa chiamare da tutti Cat perché non sopporta più il suo soprannome da ragazzina. Katie-Cat proviene dalla campagna e ha 26 anni, una grande passione per il branding e il sogno di vivere una vita da Londinese con la L maiuscola. La incontriamo proprio a Londra, alle prese con uno stage presso una famosa agenzia, mentre tenta di farsi notare da Demeter, la sua temibile ma affascinante capa. Katie-Cat si barcamena tra un lavoro precario e la ricerca di un contratto, un appartamento invaso da coinquilini bizzarri e tanti sogni nel cassetto. Katie-Cat è la tipica millennial, intenta a postare foto su Instagram nel tentativo di ostentare una vita perfetta…nonostante la realtà sia tutta l’opposto.
Un giorno, in azienda, Katie incontra Alex, figlio di uno dei manager più influenti nel mondo del branding. Inutile dire che se ne innamora: il giovane è intelligente e simpatico, premuroso e per nulla simile a tutti gli altri ragazzi che Katie ha conosciuto nella sua giovane vita.

Un giorno però, a causa di problematiche d’azienda, Katie viene convocata in ufficio da Demeter. Il verdetto è uno soltanto: licenziata!
Katie si ritrova chiusa in casa, a inviare curriculum a destra e a manca, con pochi soldi rimasti, ma ancora tanta voglia di mettersi in gioco. La svolta arriva quando suo padre e la sua matrigna decidono di aprire un “glamping”, ovvero un centro di camping glamour. Katie, esperta di branding e marketin, si prodiga subito nel creare brochure e website e, con una scusa, torna nella sua casa natale per aiutare il padre. Il glamping ottiene un successo inaspettato, con prenotazioni continue e entrate soddisfacenti. Ma tutto inizia ad andare storto quando Demeter, l’ex capa di Katie, prenota una vacanza proprio nella fattoria di famiglia….

I temi.

“La mia vita non proprio perfetta” è una commedia agrodolce, fondata sul tema dell’apparire. Katie ammette di avere quasi una doppia vita: quella reale, fatta di difficoltà tipiche della sua età; e quella online, ricca di immagini di Londra e di selfie sorridenti. Poi, c’è l’amore. Quello un po’ così, più simile al divertimento che a un sentimento vero e proprio. Che ti lascia vuota, ma che al tempo stesso ti fortifica e ti insegna a badare a te stessa, come ogni giovane donna dovrebbe imparare a fare.
Sophie Kinsella ha saputo ritrarre i disagi della nostra società in un romanzo ironico e leggero.

Sì o no.

Sì perché è un libro leggero e frizzante, che spinge a continuare a leggere. Ottimo se si cerca qualcosa di soft e che comunque faccia sentire compresi. Purtroppo si trovano pochi libri che trattano della vita da ventenni e millenials, quindi ho da subito apprezzato il fatto che la protagonista sia una giovane ragazza alle prese con i primi lavori e non la classica trentenne-stufa-della-vita-che-si-separa-e-deve-aprire-una-pasticceria.
Nì perché comunque non è certo un esempio di “alta letteratura” e non mi ha appassionata come molti altri romanzi.

Per chi lo consiglio.

Più adatto, forse, a un pubblico femminile, in realtà credo che possa essere apprezzato da chiunque. E’ uno dei classici romanzetti da tempo libero, per chi vuole una lettura leggera e veloce, giusto per rilassarsi un po’. Perfetto soprattutto per le ventenni come me, che non trovano spesso libri dove si parli di loro!

Dettagli tecnici.

“La mia vita non proprio perfetta”
Sophie Kinsella
Traduzione di Stefania Bertola
Mondadori
Disponibile anche in ebook
20,00 euro

Si cambia.

Quante volte, nella vita, si cambia?
Ogni giorno, probabilmente. Le nostre cellule mutano, cade qualche capello, parti del nostro corpo crescono o diminuiscono in base a quello che la natura comanda, la pelle si rinnova e magari ingrassiamo di qualche grammo.

E ogni anno, quando a gennaio si stendono mille nuovi propositi. Si cambia la strada per andare a scuola o al lavoro…o magari si cambia proprio la stessa scuola o lo stesso lavoro. Si cambia la routine giornaliera e la si riadatta al tempo libero, si cambiano i biscotti da inzuppare nel té durante la colazione oppure si sostituisce la cioccolata fondente con quella alla nocciola, tanto per.

E ogni istante, quando nel marasma dei nostri pensieri improvvisamente ne arriva uno nuovo. Einstein diceva che un cervello che ha sviluppato una nuova idea non è più in grado di ritornare allo stato che aveva quando essa non esisteva ancora. Cambiamo per evolverci, quindi, senza possibilità di tornare esattamente quelli che eravamo un istante fa, un anno fa, un giorno fa.

Il cambiamento è bello. E’ positivo. Fa parte della vita e ci aiuta a crescere. E’ questo quello che ci inculcano fin da piccoli.
Quando cambi da adulto, al contrario, molto spesso è visto come un evento negativo.
“Sei cambiato!”, ci urlano contro, “Non sei più lo stesso!”
Come se il nostro mutamento fosse una catastrofe.

La verità è che in ogni cambiamento c’è del buono e del cattivo. C’è del buono se ci permette di migliorare, di scacciare la timidezza o pensieri negativi. C’è del buono se ci fa davvero crescere o se ci porta ad amarci di più.

Ma quando il cambiamento ci fa assomigliare di più a chi dovremmo dimenticare, ecco, allora in quel caso è negativo. A volte succede.
Ci annulliamo un po’ per qualche assurdo motivo. Ci rendiamo più simili a chi vorremmo e non possiamo avere, a chi sogniamo di essere e non possiamo essere. E questo non va bene.
In quel caso bisogna invertire la rotta e no, non tornare indietro. Non si può. Bisogna andare avanti, ma tornando ad essere quelli che eravamo. Cambiati, ma attraverso le nostre scelte e le nostre abitudini create su misura, non quelle degli altri.
E, chissà, magari finiremmo per dimenticare proprio quella persona che ci ha portato ad essere così incoscienti da abbandonare noi stessi per non ottenere niente…